Il progetto che ha portato per la prima volta Emilio Ambasz all’attenzione internazionale nella sua veste di architetto è una delle immagini architettoniche più interessanti del nostro tempo. Due alte pareti bianche si ergono, indimenticabili, come vele da un mare di erba verde. Una ripida scala a sbalzo si arrampica su ciascuna delle pareti per intersecarsi con la giunzione ad angolo retto delle due quinte bianche. Questa doppia immagine speculare si libra misteriosamente al di sopra di un cortile quadrato incassato, delimitato ai due lati contrapposti da un portico. Al di là di questo colonnato, vi è l’abitazione vera e propria, in attesa di essere scoperta, con le sue stanze ad alcova distribuite tra aperture e lucernari a serpentina. In stridente contrasto con l’altezza delle imponenti pareti, l’abitazione è nascosta da berme di terra; ambedue le strutture sono tuttavia in rapporto non solo con gli elementi primari sovrastanti – sole, cielo, stelle e vento – ma anche con la terra che le avviluppa e l’acqua incanalata attraverso le pareti. Utilizzando elementi in estremo contrasto per esprimere uno stato psichico di unità profondamente contemplativo, la Casa de Retiro Espiritual, straordinariamente originale, può essere illustrata seguendo due percorsi di accostamento all’opera, contrastanti eppure complementari.
Dei tanti modi per vivere un’opera architettonica, due sono particolarmente calzanti per questo ritiro spirituale, casa progettata sia come ricettacolo per il gioco mutevole di luce e umore, sia come sequenza accuratamente coreografata di esperienze. Muoversi fisicamente nell’abitazione per esplorarne e viverne gli spazi in successione è il modo più attivo, mentre l’altro consiste nell’osservare con pazienza la lentezza con la quale avvengono e ruotano minime variazioni – luce, colore, temperatura, movimento, suono – nel corso dei giorni e delle stagioni. Grazie a questi espedienti, il visitatore viene progressivamente indotto ad aprirsi ad uno stato d’animo contemplativo e alla consapevolezza della ciclicità del tempo, nel cui fluire anche il più semplice rituale quotidiano risulta investito di intensità semi-sacra.
Vista per la prima volta quando le è stato conferito il primo premio Progressive Architecture Project nel 1975, e da allora ampiamente pubblicata, la casa si è chiaramente rivelata completamente diversa da qualsiasi altra. Non tutti l’hanno compresa e molti restano ancora abbagliati meditando sul l’immaginario anziché immaginarne l’esperienza promessa: il rituale protratto di avvicinamento e ingresso, la luce e lo stato d’animo mutevoli all’interno della parziale recinzione del cortile, nonché la profonda poesia dell’apertura alla magia multisensoriale dell’insieme.
Ambasz ha realizzato la promessa del suo progetto realizzando la casa in un’arcardia idilliaca, una sorta di sogno Andaluso, al cui interno essa è disposta, in maniera precisa e poetica, rispetto ai paesaggi che la circondano e alle costanti solari e celesti, inducendo paesaggio ed elementi ambientali a mettersi in rapporto con essa e, a sua volta, relazionandosi con loro.
La casa, che corona un promontorio, è prospiciente un lago artificiale nelle vicinanze di Siviglia, nella Sierra Morena, una catena montuosa bassa e verdeggiante, punteggiata di querce sempreverdi. La costruzione è realizzata su un terreno di 600 ettari che ospita bovini e tori da combattimento, una razza antica e rara di cavalli spagnoli, maiali grigio scuro che si nutrono di ghiande dando il famoso prosciutto vinaccia scuro, cinghiali e daini. Specialmente in primavera, con una profusione lussureggiante di fiori selvatici, rappresenta un aspetto dell’Andalusia che ha alimentato i sogni paradisiaci dei rei moreschi nel loro sontuoso palazzo islamico di Granata: l’Alhambra.
Quando la strada di avvicinamento da Siviglia curva insinuandosi in una valle, la casa appare all’improvviso sulla sommità del promontorio sul lato opposto, per poi scomparire dalla vista lungo il sentiero che, attraverso la valle, raggiunge il terreno più rilevato, ripresentandosi inaspettatamente al visitatore soltanto quando una fangosa stradina interna costeggia la dorsale. Dinanzi all’osservatore si ergono dall’erba le due alte pareti bianche nel mezzo di un gruppo di antichi olivi, che si incontrano ad angolo retto rivolto esattamente verso il visitatore in arrivo. Inserito nella base dell’angolo e, a sua volta, angolato rispetto ad esso è disposto un ingresso in legno scuro intagliato e riccamente decorato a due battenti. Al di sopra, verso la cima dell’angolo in corrispondenza del quale si intersecano le severe pareti e ripiegata attorno ad ambedue i piani, è presente un’elaborata balconata in legno parimenti intagliato, con un intricato graticcio ispirato alla tradizione ispano-islamica. Non ancora visibili, le scale a sbalzo in freddo acciaio consentono di accedere a questo fragile nido dall’interno delle pareti.
Attraversando l’ingresso, ci si ritrova all’angolo di un patio quadrato incassato, orientato diagonalmente, dal quale le due pareti, che ora risultano estendersi verso l’alto dai due lati più vicini del patio, compiono un gigantesco gesto che richiama alla mente un libro aperto o semplicemente una mano tesa in segno di offerta. Non solo porgono il benvenuto nella casa, ma gesticolano anche in direzione della vista panoramica, attraverso la casa incassata e il suo tetto erboso, verso il vicino lago e le montagne retrostanti. In basso, un porticato ombroso costituito da una serie di colonne cilindriche distanziate da travi in legno scuro intagliato bordeggia i due lati distanti del patio. Verso di esso si apre a ventaglio una rampa di ampi e profondi gradoni, resi più agevoli da un percorso intermedio di solette più corte che curva leggermente a sinistra in discesa, sovvertendo delicatamente la rigorosa simmetria dello spazio rettilineo. Questa rampa digradante termina esattamente in un punto che biseca diagonalmente il patio e nel quale l’ultimo gradone incontra una vasca semicircolare che ne contrassegna il centro.
Le pesanti travi di legno che distanziano le colonne, come i battenti e la balconata già descritti, hanno una forma tradizionale con mensole a modiglione intagliate e staffe in ferro fucinato. A differenza delle superfici riccamente decorate degli elementi in legno finemente lavorati, quasi tutto il resto – le pareti intonacate e le colonne cilindriche – è uniforme e bianco, creando uno stridente contrasto mediterraneo tra luce accecante e ombra profonda. La pavimentazione del patio – come quella dell’altro deambulatorio incassato oltre il porticato e quella degli interni visibili attraverso le vetrate retrostanti – è di marmo bianco levigato, leggermente striato di grigio. Lo stesso dicasi per le solette che bordano gli ampi gradoni di frammenti di marmo bianco e i blocchi più corti dei gradini intermedi. Acciaio freddamente minimalista, verniciato di grigio, delinea gli altri elementi principali visibili dall’esterno: i telai delle vetrate e delle porte scorrevoli, alcune colonne tubolari appena visibili all’interno e, più evidenti invece, le alzate a sbalzo delle ripide scale che si inerpicano lungo le alte pareti fino all’entrata della balconata che sporge verso l’esterno sui battenti dell’ingresso. In questo sapiente mix di morbido e duro, curvo e ortogonale, che pervade lo spazio e contribuisce notevolmente alla sua atmosfera calma e contemplativa, si ode il lieve mormorio di acqua in movimento. Successivamente, si scoprirà che l’acqua scorre tumultuosa lungo piccoli canali ricavati nei corrimani delle scale che conducono alla balconata.
Proprio mentre la mente coglie le strette scale che risalgono le pareti bianche inondate di sole, la discesa verso la terra prosegue lungo le scale sempre più ampie sottostanti. Il percorso curvo verso il basso rallenta il ritmo, come l’estuario calma la corsa di un fiume verso il mare, per cui ci si dispone a raggiungere la superficie del patio in un silenzio assorto, poiché anche il tempo pare rallentare, per essere accolti dalla vasca, che forse invita a rinfrescarsi mani e viso. Il patio è il cuore sereno dell’abitazione, il suo spazio abitativo esterno per tutte le stagioni, dove nelle fredde mattine si possono godere sprazzi di sole e, nella calura del giorno, le alte pareti creano una fresca ombra giungendo, di notte, ad abbracciare le stelle e renderle parte intrinseca dello spazio aperto.
All’interno delle porte e delle pareti vetrate, un unico ambiente a L, che funge da sala da pranzo e zona living, si ripiega attorno al deambulatorio del patio, qualche gradino al di sotto del porticato, affacciandosi su di esso attraverso porte scorrevoli a vetri. Attraverso la stanza, ulteriore fonte di luce e vista, altre porte a vetri bordano un piccolo patio secondario le cui curve sinuose contrastano con la disposizione ortogonale di quello principale. Il patio ospita un arancio in vaso e una piccola scala in pietra che porta informalmente ai terreni esterni. Altrove, lungo la parte posteriore della stanza principale, si aprono porte su diverse piccole camere da letto illuminate dall’alto e una cucina, tutti ambienti pensati come singole alcove, quasi celle. Le vetrate sono protette da imposte in alluminio perforato azionate elettricamente, che sono tuttavia nascoste quando non vengono utilizzate; servono principalmente per motivi di sicurezza, ma stemperano anche la luce vivida proveniente dai patii. Quelle lungo il patio principale fuoriescono dal soffitto, mentre quelle lungo il patio secondario fuoriescono orizzontalmente da una fessura laterale.
Il nome scelto da Ambasz per questa casa, Casa de Retiro Espiritual, dichiara esplicitamente che l’intero complesso è concepito come ritiro spirituale. Isolata sul suo terreno, la casa si rintana nella terra. Poco lontano, sono disposte le camere da letto (per sogni profondi) e i servizi (che trasudano sensualità orientale); un po’ più oltre, la solitaria balconata rialzata che, come quelle rinvenibili in tutto il mondo islamico e sulla scia di un modello tradizionale Andaluso, è delimitata da un graticcio di fusi in legno torniti, che assicurano privacy e ombra pur lasciando penetrare la brezza. Sebbene offra viste spettacolari sul lago e la proprietà, la balconata ha un carattere essenzialmente introverso: è un luogo per riposare, meditare o leggere e, solo occasionalmente, soffermarsi sulla vista, forse un tramonto riflesso nel lago che lambisce le alte pareti con una tonalità rosata.
È una casa unica da ogni punto di vista, sebbene sia ricca di risonanze familiari, soprattutto locali. Alcuni possono intravedervi un precedente andaluso nelle dimore montane imbiancate degli zingari trogloditi. Ma ancor più rilevanti sono i primi precursori arabi e moreschi dai quali derivano la forma del patio e il vocabolario del legno intagliato. L’atmosfera languida, sognante e contemplativa della costruzione, proprio perché spunta misteriosamente dalla terra, riporta alla mente storie dell’Alhambra (nei cui giardini sono anche presenti scale con canali di acqua nelle balaustre, benché Ambasz le abbia scoperte soltanto molto tempo dopo la progettazione iniziale dell’abitazione).
La casa tuttora non è arredata, ma è facile immaginarla vestita soltanto di tappeti e cuscini in stile arabo per il riposo, soprattutto attorno al pozzetto conversazione a forma di rene in una zona dell’ambiente principale. All’interno sarebbero splendide piastrelle in ceramica decorate dai colori tenui e delicate al tatto (o le mattonelle in vetro dai morbidi toni dorati originariamente previste). E la balconata rialzata ricorda sia il musharabiye dell’harem che il chattri indiano di tradizione islamica, un luogo nel quale ci si aspetterebbe di trovare un pascià assorto a fumare il suo narghilé e ascoltare le poesie o la musica di una concubina preferita. Si sconsiglia tuttavia un’esperienza esasperata, comunque sia vissuta: le lunghe rampe irte di gradoni sono malsicure da scendere per i visitatori neofiti, anche se si aggrappano al corrimano nascosto nella cavità dei canali di acqua.
Progettata nel fulgore del postmodernismo eclettico-storicista, la casa dimostra alcune sue preoccupazioni referenziali attraverso motivi storici. Tuttavia, formalmente, è astrattamente moderna; gli elementi artigianali tradizionali sono utilizzati senza essere in alcun modo modificati e con un’immediatezza sfrontata anziché, come nel postmodernismo, con una sogghignante ironia da fumetto. Inoltre, gli edifici rigorosamente postmodernisti erano progettati per essere decifrati attraverso i loro motivi riconoscibili, le loro “citazioni”, mentre i significati di questa casa, allusivi eppure potenti, risiedono in larga misura nelle esperienze che offre. Lo schiamazzo visivo della maggior parte delle costruzioni postmoderne è l’antitesi del silenzio indotto nella casa.
Per chiarire in che misura la casa sia o non sia moderna, si potrebbe procedere ad un raffronto utile, per quanto inusitato, con Villa Savoye di Le Corbusier, nella quale le allusioni ai precedenti classici (per esempio, Villa Rotunda di Palladio) sono talmente indiretti da diventare evidenti solo dopo il fatto. Ambedue le costruzioni sono articolate attorno ad un percorso processionale attraverso un cortile che termina poi in una vista rialzata e incorniciata del paesaggio. Ma mentre il percorso di Villa Savoye è pensato per esibirne l’architettura, il percorso della Casa de Retiro ha intenti più ritualistici, che suscitano con delicatezza diversi stati psicologici e stimolano la consapevolezza dell’io e dell’architettura. Inoltre, la scala di Villa Savoye si erge attorno al suo centro per raggiungere una composizione modernista rigida e sensibile che si libra appena al di sopra del paesaggio; qui, il percorso costeggia il centro scendendo in una dimora decisamente terrena tanto arcaica quanto contemporanea. L’enfasi spaziale di Villa Savoye è centrifugo e orizzontale, poiché l’attenzione viene spinta verso l’esterno in direzione di una striscia continua di paesaggio a livello dell’occhio; nella Casa de Retiro, l’enfasi spaziale degli interni è invece centripeta, rivolta verso l’interno del patio dove domina la verticale collegandosi alla terra avvolgente e al cielo sovrastante, mentre la vasca segna un axis mundi (anche Villa Savoye accoglie i visitatori con una vasca, un ricettacolo in ceramica, per lavar via il fango dell’esterno, simbolico risciacquo e distacco dalla terra prima di raggiungere le altezze di regni eterei. Viceversa, nel regno degli inferi di Ambasz, la vasca è la vestigia di un impluvio, nel quale prototipi romani e arabi raccoglievano la pioggia dai cieli sovrastanti, fungendo quasi da occhio misterioso per la terra sottostante. Nella casa di Ambasz, si immerge una mano nell’acqua non per dissociarsi dal fango della terra, ma piuttosto per genuflettersi riverenti dinanzi alla terra).
Villa Savoye era stata commissionata per scopi di intrattenimento, come cornice chic contemporanea per i fine settimana in campagna di un’elegante élite parigina. La casa di Ambasz, invece, pur prestandosi all’intrattenimento, a più a che vedere con la qualità senza tempo di un luogo di isolamento intimo e contemplativo. Orbene, poiché questa dimensione temporale è fondamentale per l’architettura quanto quella spaziale, i percorsi processionali collegano e separano al tempo stesso elementi e attività, non solo spazialmente, ma anche temporalmente, proprio come fanno la scala allungata di Villa Savoye, i gradoni sempre più ampi che conducono al patio e le ripide scale che portano alla balconata della Casa de Retiro, transizioni spazio-tempo che, come in altri rituali, sono prolungate per intensificare la consapevolezza delle transizioni stesse, nonché del luogo e dello stato psichico ai quali conducono il visitatore, il che è soprattutto vero per la Casa de Retiro.
Le due costruzioni condividono inoltre un altro interesse per il tempo, poiché entrambe hanno la forma di ricettacoli affinché la luce giochi e si amplifichi la consapevolezza del passaggio ciclico di giorni e stagioni. Ma Villa Savoye, una volta realizzata, pareva guardare al futuro e, nel contempo, sfidare il passaggio del tempo nei confronti del quale si è dimostrata molto vulnerabile; il suo aspetto era migliore e più significativo nella sua forma originaria, ma si è presto trasformata in rovina, richiedendo notevoli interventi di restauro. La casa di Ambasz, invece, sebbene sorprendentemente fresca e nuova nella sua forma originaria, è facilmente immaginabile migliorata dalla patina del tempo e dall’uso. Con l’intonaco delle pareti leggermente screpolato dall’età e muschio qui e lì, la casa sembrerebbe ancor più senza tempo, come le sue radici nella tradizione, ed anche le origini dell’architettura (che, come ci rammentano gli antropologi, risiedono nel ritiro delle grotte e nella coreografia del rituale, atti che hanno più a che vedere con il sacro che con il semplice rifugio) diventerebbero più evocativamente evidenti.
Questa, dunque, non è solo una casa per ritirarsi e fantasticare, ma una casa per sognare di giorno, anche quando è contemplata da così lontano che l’immaginazione è libera di scivolare indietro nel tempo trasformandosi in qualche maniera in dimensioni, materiali e uso. Ad esempio, per quanto avvincente sia il patio di sera illuminato elettricamente, all’occhio della mente potrebbe risultare addirittura più poeticamente magico se la calda e morbida luce delle candele o delle fiamme delle torce danzasse ai piedi delle alte pareti sotto un cielo di stelle scintillanti. Appropriandosi della casa nell’immaginazione, giocando con essa e modificandola in tal modo, essa diventa ancor più senza età radicandosi ancor più saldamente nell’uso e nella routine quotidiani, con le piante in vaso ad invadere e ammorbidire il patio, il deambulatorio ad accogliere mobili dismessi, la vasca ad approfondirsi per rendere più esplicito il legame con la terra sottostante, il marmo usurato e macchiato dall’uso o forse le solette rabberciate alla meglio (come si vede qua e là a Siviglia) a stemperare la luce vivida e conferire alla pavimentazione una presenza tattile più fisica.
Sebbene le mie fantasticherie distorcano la casa dei sogni di Ambasz e contaminino la purezza che costituisce anch’essa un elemento importante del suo fascino, esse non possono non richiamare l’attenzione su un’ultima differenza fondamentale tra essa e Villa Savoye. La costruzione di Le Corbusier può essere vista come il regno etereo di un intelletto superiore, concentrato sull’ascensione e la dissociazione dalla terra. Viceversa, la Casa de Retiro, sebbene compendi entrambi gli archetipi sacri del ritiro, la grotta e la torre – terra, acqua e aria – parla più all’essenza immateriale del potere spirituale: l’anima.
Ambasz e alcuni critici americani hanno definito “verde”, o ecologico, il suo approccio architettonico in quanto ricerca l’armonia con la natura, persino annullandosi in essa o costituendone una propaggine, restituendo il più possibile un sito alla natura grazie alla terra e alla vegetazione addossate a pareti e tetto. Ciò genera, a sua volta, maggiore comodità e risparmio in termini di consumo energetico e di emissioni di biossido di carbonio grazie agli elevati livelli di isolamento e inerzia termica che ne derivano (per cui la massa della terra circostante assorbe il calore nelle giornate estive e lo irradia nuovamente durante le fredde notti e le giornate invernali). Anche con il caldo eccezionale dell’estate del 2003, quando a Siviglia si sono registrati fino a quaranta gradi centigradi, la casa è stabilmente rimasta a ventitrè gradi, e quando le temperature invernali sono scese a sei gradi, la casa è rimasta a diciotto gradi, anche con le vetrate aperte. Ma la progettazione ecologica non è solo risparmio energetico e tetti verdeggianti.
Quando la casa è stata inizialmente progettata alla metà degli anni Settanta, l’ideale “verde” era rappresentato da una costruzione autonoma, isolata e autosufficiente, realizzata in un giardino o su un terreno produttivo. Oggi, invece, all’alba del ventunesimo secolo, la casa autonoma viene percepita come socialmente problematica, in parte per il tempo e l’energia spesi nei trasferimenti e in parte in quanto rafforzerebbe l’isolamento sociale. Adesso, l’ideale ecologico è rappresentato dal collegamento, non dall’isolamento: vivere in città compatte costituite da quartieri misti, multiuso, con tutti i servizi vicini e forti legami comunitari.
Pertanto, la nuova agenda ecologica ricerca la comunione con la natura e la comunità per offrire gioia, assistenza e significato che contribuiscano a disabituarci al consumo disperato con il quale ci distraiamo e difenderci dall’alienazione e dall’insignificanza, persistente eredità della modernità, ideale urbano al quale la Sala prefettizia internazionale del 1990 di Ambasz per gli uffici del Comune di Fukuoka, in Giappone, ha dato un importantissimo contributo con le sue verdi terrazze a vasca a formare una rigogliosa prosecuzione digradante di un parco cittadino.
Tuttavia, per raggiungere la sostenibilità non bastano misure tecniche ed ecologiche; occorre anche modificare la nostra rappresentazione culturale del mondo e anche le nostre risposte psicologiche al riguardo. Esattamente in riferimento a questo, la casa di Ambasz assume il suo massimo significato per il nostro tempo, proprio in quanto appartata dalla condizione urbana, perché la Casa de Retiro Espiritual ci rammenta i profondi impulsi psichici dai quali è nata l’architettura e ci spinge a interrogarci su cosa sia l’architettura e cosa potrebbe essere. In tal senso, punta al passato e al futuro evocando vividamente una dimensione essenziale di un’architettura ecologica più completa per l’avvenire. Probabilmente non offre un legame con la comunità, ma è un contesto incantato per una comunione intima, tesa soprattutto ad amplificare il senso sia dell’io profondo che si rivolge all’esterno, sia di cosmi lontani che attrae verso il suo centro.